SCALFARI-Copertina 2009

Einaudi (2009)

“Se fosse possibile raccontare la propria morte e di lì procedere a ritroso narrando la propria vita, allora si che l’autobiografia diventerebbe un genere letterario maggiore. Ma purtroppo non si può.”
Così Eugenio Scalfari, notissimo giornalista ed intellettuale influente, conclude la sua particolare autobiografia, raccontando in maniera toccante non tanto la sua morte –appunto non raccontabile autobiograficamente- bensì l’accompagnamento negli ultimi istanti della loro vita del padre prima e della moglie poi. Dai ‘pensieri che si fermano, la mente si raggela…E’ vuota anche l’anima, priva di sentimenti, senza dolore. Morta.’ alla ‘…essenza della persona che non c’è più (che diventa) essenza tua, metabolizzata nelle tue fibre, nelle tue cellule, …ormai parte della tua vita come mai prima era stata. Per sempre.’
Ed è nelle prime 10 pagine del volume, dedicate a “L’infanzia (che) è una stagione fatata. La sola di tutta una vita che non finisce mai e t’accompagna fino all’ultimo respiro.”, e nelle ultime 10 dove emerge più compiutamente l’uomo “che ti fa scordare la terribilità della morte perché è anch’essa un atto della tua vita.” che Scalfari apre e chiude il suo contributo, agile ma al contempo denso, a questo ‘genere letterario minore’ si, ma sempre più praticato.
Nelle 130 pagine intermedie è l’intellettuale e pensatore Scalfari che prende il sopravvento: dalla scoperta giovanile del Discorso di Cartesio all’amicizia con il compagno di banco Italo Calvino; dalle dissertazioni sulla “innocenza perduta” e sulla persona che diventa cosa anche nell’oggi e non solo nell’ieri più o meno remoto alla centralità dell’individuo relativizzato che assume la forma di un insieme di stelle danzanti, partorite dal caos interiore del Zarathustra di Friedrich Nietzsche, che lo condurrà poi alla teorizzazione della morte di Dio come prologo del pensiero nichilista; dal viaggio attraverso il fascismo e dall’eredità dannunziana, e non solo, del padre alla consapevolezza dell’importanza del ruolo delle donne “compagne e figlie” (“Donne ch’avete intelletto d’amore”) nella propria crescita, fra una regione dell’ <io> compiutamente padroneggiata ed una sottostante ed assai più misteriosa “regione delle Madri”, o “regione del <sé>” a contatto con “l’abisso dell’inconscio, degli istinti, delle pulsioni.”
Ma è soprattutto il giornalista Scalfari, che iniziò la professione 65 anni fa contribuendo “alla fondazione di due giornali”, dirigendoli e divenendone comproprietario, che traccia la storia della recente diffusione di “Un mestiere crudele”, e ciononostante considerato “la migliore professione che potessi fare, la più adatta al mio modo di essere.” Delinea le caratteristiche essenziali del giornalista fra la necessaria cultura dilettantesca e l’infarinatura approssimativa su tutte le aree dello scibile umano (nell’impossibilità di ambire a conoscenze approfondite su tutto, che altrimenti “Sarebbe un Pico della Mirandola”) e l’indispensabile esigenza di essere un grande, seppur particolare, specialista, uno “specialista di dilettantismo, specialista nel capire il gergo altrui e trasmetterlo al pubblico dopo averlo reso comprensibile.”
Ciò gli consentirà frequentazioni di maestri e figure emblematiche della seconda metà del ‘900: da Mario Pannunzio a Benedetto Croce e Gaetano Salvemini; da Ernesto Rossi a Ugo La Malfa; da Guido Carli a Bruno Visentini, per non citarne che alcuni che si collocano all’origine del passaggio vero e proprio alla professione giornalistica.
Tutto questo, e molto altro ancora, emerge dalle riflessioni di uno dei padri storici del giornalismo italiano, costretto spesso a prendere decisioni non semplici ( come quando si rifiutò, pur con grande angoscia dopo aver consultato tutti i possibili interlocutori ma decidendo alla fine in solitudine, di pubblicare un documento politico delle Brigate Rosse sotto ricatto del rapimento di un giudice), ma sempre ispirato da due istinti di sopravvivenza fondamentali: “L’amore di sé (che) presidia la sopravvivenza dell’individuo, (e) il sentimento morale (che) presidia la sopravvivenza della specie.”
‘Ce ne fossero!’, si potrebbe commentare molto sinteticamente. (G.M.)