TOBAGI-COPERTINA-2010

Storia di mio padre – Einaudi (2009)

Il sottotitolo del bel libro di Benedetta Tobagi (‘Storia di mio padre’) dovrebbe semplificare la possibile collocazione del volume, consentendo di inserirlo senza dubbio nel genere delle ‘biografie’. In realtà non è così, perché ‘Come mi batte forte il tuo cuore’ è come se rappresentasse l’autobiografia che il padre di Benedetta, Walter, non ha potuto scrivere. Benedetta, che a soli tre anni ha dovuto assistere in prima persona alla morte del padre trentatreenne, ce ne parla oggi quando anche lei ha raggiunto la stessa età del padre. Basterebbe questo per far intuire le particolarità dell’intreccio biografico ed autobiografico che legano una figlia al ricordo vivo e pulsante del padre. Ma gli elementi che testimoniano questo intreccio sono molteplici. Non solo gli scorci autobiografici di una figlia piccolissima alla morte del padre. Non solo il lavoro biografico sulla vita e il lavoro del padre che rappresenta un amorevole (ma sempre metodologicamente orientato) prendersi cura delle sue carte, dei suoi amici, dei suoi pensieri. Non solo la realizzazione postuma di ciò che il padre, da attento (e quasi maniacale, mi verrebbe da dire sentendomi empaticamente affine alle descrizioni lette) conservatore di materiali, fonti, tracce, schede, brani preparatori e quant’altro, aveva già per molti versi auspicato come impegno per un futuro con più tempo a disposizione. Ma anche, e soprattutto, la ricerca di un proprio spazio filiale, dove l’intreccio fra sé (in quanto figlia) e l’altro (in quanto padre) è poco districabile, tutto si interconnette, potremmo quasi dire in maniera fusionale, come il titolo del volume ‘rubato’ alla poetessa polacca Wislawa Szymborska esemplifica in maniera magistrale. Il verso finale della poesia ‘Ogni caso’ cita infatti: “(Ascolta) come mi batte forte il tuo cuore.” ‘Ascolta’ nel titolo è omesso, ma in quanto fonte della citazione può rappresentare ad un tempo una esortazione che Benedetta rivolge a se stessa ed anche al lettore, che viene implicitamente invitato più ad ‘ascoltarlo’ (il libro) che, semplicemente, a leggerlo. Ed ascoltando Benedetta si passa da scoperte ad un tempo autoriflessive e poetiche, più autobiografiche (“con gli anni ho capito che potevo provare a colmare almeno in parte il mio vuoto dando voce e corpo al nome che stava sulle targhe delle vie di mezza Italia, cercando di scoprire chi fosse quell’uomo sconosciuto che aveva occhi così simili ai miei.”) a passaggi di ricostruzione delle proprie origini particolarmente efficaci ( “Si sposano il 14 aprile 1971. Vanno in Sicilia, per il breve viaggio di nozze. L’Etna è in attività: mamma si esalta, papà è terrorizzato. Mio padre e mia madre, diversi come il sole e la luna. Si sono amati moltissimo. Luca nasce nell’aprile 1973, io quattro anni dopo.”), fino a spezzoni, più biografici, della figura del padre a diciotto anni (“Anche se tornerò 100 volte in Inghilterra, non sarà mai più come questa volta. Sarò più vecchio: avrò più preoccupazioni. Adesso è tutto bello: camminare, conoscere posti nuovi, giovani di altri paesi.”). Ma è la stessa Benedetta a dare l’esempio di un ascolto attento e ‘a tutto campo’, quando dice: “Ho ascoltato a lungo le fotografie per capire da qualche occhiata il racconto di altri frammenti di vita.” Ed allora eccolo Walter, “Un po’ sfuocato, in lontananza, al crocevia fra questi sguardi….Mi osserva in quel modo tutto suo, e mi sorride.” Un padre, ed una figlia, appunto. (G.M.)