Filosofia e miti di una passione. – Raffaello Cortina Editore (2011)
Devo confessarlo. Seguendo i suggerimenti e le esortazioni di Demetrio lo scrivere si è per me trasformato in una sorta di febbre difficilmente controllabile ed al contempo in una necessità vitale.
Per questo, il giorno stesso dell’uscita nelle librerie della sua ultima fatica dal titolo ‘Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione’, non ho potuto fare a meno di acquistarlo e di rigirarmelo fra le mani per diversi giorni, leggiucchiandolo qua e là, un po’ timoroso che fosse già in grado di descrivere, fin nei minimi particolari, questa mia tutto sommato recente ed inesplicabile passione.
Poi la lettura più sistematica ed attenta.
Demetrio parte da alcune “digressioni autobiografiche introduttive”, come non poteva essere altrimenti visto che ci dice: “è stata la scrittura ad affinare le mie sensibilità, ha acuito il mio spirito di osservazione, il mio sapere ascoltare”, ed ancora, “Non riesco a immaginare ormai la mia vita senza questa seconda vita”. Subito dopo si sofferma però su cosa sta accadendo alle scritture personali nei giorni nostri, citando una delle pochissime recenti indagini sul tema curata dalla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. Scritture non convenzionali; condivisioni in rete sui blog; facilità nella pubblicazione in proprio di libri di poesie, autobiografie, biografie di parenti; concorsi ed editori che invitano a gareggiare scrivendo; corsi e circoli di scrittura che si moltiplicano dappertutto; tutto questo sembra indicare la nascita di una nuova figura sociale che Demetrio denomina ‘scrittore per diletto’, da non confondersi con la vasta congerie degli ‘scrittori dilettanti’ lanciati all’inseguimento di improbabili scorciatoie verso la celebrità.
Si avvia quindi un percorso attraverso i miti, che prende le mosse da Eco, ninfa boschiva e delle sorgenti, costretta a ripetere all’infinito le ultime sillabe di chiunque incontrasse. Per Demetrio è lei la candidata al posto di decima Musa, chiamata a colmare la mancanza di una divinità della scrittura presso i Greci. Ad immagine di quanto la scrittura, quando le parole ci manchino e si sia costretti ad un balbettio incompiuto, possa costituire un sollievo, seppur tardivo. E contrariamente a quanto accadde nel continente indiano, dove in epoca postvedica, corrispondentente al tempo di Socrate, l’invenzione del sanscrito portò subitaneamente “il dio Hayashirsha, avatara di Visnu (a diventare) protettore della scrittura”.
Poi Eros e Psiche con la passione d’amore equiparata alla passione per la scrittura; Ermes chiamato ad esprimerne con il suo volo anticipatore il senso mutevole; Circe, che richiama i sortilegi e gli inganni che questa arte magica “sa esercitare in chi se ne avvalga e in chi ne legga gli intrugli”; Pandora, che lasciando la speranza sul fondo dello scrigno, una volta volate via tutte le cose migliori del mondo, consente a chi scrive, foss’anche del male, del dolore e della sofferenza, di conservare almeno la possibilità di sperare.
Innumerevoli le citazioni di miti ulteriori che accompagnano le altrettanto numerose qualità dello scrivere: che è memoria e oblio, luce e ombra, ricchezza e povertà, impazienza e lentezza, equivoco e sincerità, ingratitudine e riconoscenza, tutte polarità comunque compresenti; ed al contempo non è annullamento, non è ripetizione infinita e nemmeno innocenza, in un percorso riflessivo e conoscitivo che associa e connette osando nuove esplorazioni.
Sviluppando ancora considerazioni trasversali che intrecciano scrittura, miti, poesia, filosofia e psicoanalisi, ed affidando infine agli dei gli scrittori per diletto.
Solo ora, giunto al termine della lettura, ritorno all’introduzione. Ed incontro una frase cui, in precedenza, non avevo dato particolare peso: “coloro che scrivono non sono affetti da un morbo misterioso”.
E finalmente mi tranquillizzo. (G.M.)