Copertina QUANDO ERAVAMO PICCOLI

Maestri, bidelli, educatori e tirocinanti della scuola Daneo raccontano… -Eidon Edizioni – Genova, 2012

La prima cosa che questo contributo di narrazione attraverso la scrittura, realizzato da ‘quelli della Daneo’ (come si autodefiniscono) e che mi accingo a presentare, ha evocato in me è una citazione autobiografica: “La felicità dello scrivere è semplicemente la vita che fluisce, l’inchiostro che scorre, il cuore che batte”.La rilevanza educativa del loro contributo e le osservazioni formativo-pedagogiche che lo scritto sollecita, vengono senz’altro dopo le vite che fluiscono nei ricordi, gli scritti che scorrono pagina dopo pagina, i cuori che pulsano attraverso i diversi registri comunicativi utilizzati.
Come afferma Francesca Colao nella prefazione quasi a motivare l’utilizzo dello strumento ‘scrittura’: “Narrare e raccontarsi è pratica umana antica e sempre attuale e presuppone la creazione di una relazione: ascoltare e essere ascoltati. Narrare attraverso la scrittura è soffermarsi un attimo in più…”.

Chi siano ‘quelli della Daneo’ lo si capisce già leggendo il sottotitolo di questo agile contributo: sono maestri, bidelli, educatori e tirocinanti di una scuola elementare di frontiera del centro storico di Genova, con tutte le classi a tempo pieno e con un’utenza “molto eterogenea per varietà e complessità sociale, altresì variegata per ricchezza e diversità socio-culturale”, che può contare su di un “clima educativo basato su forte impegno, grande motivazione, vivacità culturale e formazione permanente.”
Qual è invece il contenuto di questo contributo lo si evince immediatamente dal titolo: Quando eravamo piccoli”.
Al centro delle pagine che si susseguono non ci sono infatti i bambini ospitati anno dopo anno, bensì viene ritagliato uno spazio dedicato a consentire ‘dignità di parola e di scritto’ ai bambini che gli adulti impegnati a vario titolo nella scuola sono stati. Non sembri un’azione adulto-centrica o una sottrazione di protagonismo agli alunni che frequentano la scuola perché viceversa risponde ad un principio di co-partecipazione al momento educativo che ri-mette in gioco l’adulto ben oltre l’apporto professionale inteso in senso statico e formale. In maniera analoga già diversi anni fa osservavo che ‘mettere il bambino al centro non vuol dire trascurare l’importanza degli adulti che dei bambini si occupano’. Occorre infatti –come si dice ancora nella prefazione al volume- “lavorare, attraverso le storie, per permettere ad adulti e bambini di conoscere meglio se stessi e il mondo e di esplorarne le possibilità.”

Ma veniamo al contenuto del volume, e cioè i ricordi e le storie che pur riferendosi ad un ricordo temporalmente circoscritto alla propria infanzia, fanno emergere molte delle dimensioni esistenziali topiche che consentono di leggere i riferimenti autobiografici secondo un criterio di esaustività esperienziale. Si possono così ritrovare, estendendo l’utilizzo dell’ologramma autobiografico proposto da Duccio Demetrio nel suo testo sulla scrittura clinica come se si trattasse di una sorta di autobiografia collettiva, riferimenti alla dimensione della corporeità (le percezioni sensoriali, i ‘profumi’ delle persone care), dell’emotività (molti gli stati d’animo descritti, fra questi le ‘difese rituali’ messe in atto per contrastare situazioni estreme quali un terremoto), della temporalità (le fasi ed i periodi trascorsi, con molti riferimenti –ça va sans dire- all’ambito scolastico), della spazialità (diversi i luoghi significativi, Valbrevenna, Sulmona, Priaruggia, solo per citarne alcuni), degli accadimenti apicali (uno su tutti: il primo giorno di scuola), delle dimensioni relazionali (le figure significative, in molti casi le nonne ed i nonni), delle dimensioni etiche (i valori che dall’esonero dell’ora di religione fanno emergere le storie della Resistenza come comunione di ideali e di beni), e così via.

Ma questi riferimenti non vogliono certo circoscrivere la ricchezza dei diversi contributi autobiografici entro un’unica griglia interpretativa, perché molti di questi faticherebbero ad essere colti nelle loro peculiarità. Sia che si tratti di esposizione estese ed elaborate (la finestra come varco fra il dentro e il fuori, il confronto con il ‘nonnanome’, le favole del papà ritrovate, per citarne solo alcune), sia che prendano le mosse da una esplicita ammissione di trovarsi in difficoltà (Non mi piace scrivere!, ho faticato a scrivere…,, gli spazi bianchi per le’parole indicibili’, ecc.)
Concluderei questi brevi riferimenti con l’unico scritto del volume che riproduce lo stesso titolo del libro e che appare, per molti aspetti, esemplare. E’ una sorta di storia ‘resiliente’, che parte da una estrema povertà di risorse economiche e di opportunità nel proprio contesto familiare e di nascita, evidenzia una forte determinazione a farcela comunque cercando ogni possibile aiuto e sfocia in una grande capacità di trasmettere ai propri figli l’amore per la scuola. E così si conclude:
“Ai ragazzi non mi stancherò mai di dire: ‘Studiate, studiate! Perché la cultura aiuta sempre. Io mi sono dovuta accontentare, ma voi dovete andare avanti’. Vi abbraccio tutti forte forte… Sono Sara, la vostra bidella!”.
A conferma della qualità di un microcosmo educativo che riesce a fondere magistralmente le competenze professionali con le sensibilità autobiografiche di ciascuno. (G.M.)

Presentazione del volume anche all’indirizzo: http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=2823&Itemid=77